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Liberi da vincoli

Furto di dati dai terminali TIM: Riesame annulla misure per alcuni casertani coinvolti in un’inchiesta della Procura di Roma

Procacciavano abusivamente migliaia di contatti telefonici di abbonati TIM, raccolti in formato «database», per destinarli dietro remunerazione, ai call-center che contattavano i clienti del gestore concorrente per proporre abbonamenti più convenienti. Tra i coinvolti ci sono alcuni casertani: l’inchiesta battezzata «Data Room» è firmata dal capo della Procura della Repubblica di Roma.

Gli indagati sono accusati a vario titolo di accesso abusivo a sistema informatico, detenzione abusiva e diffusione di codici di accesso, e comunicazioni e diffusione illecita di dati personali oggetto di trattamento su larga scala. Erano  stati raggiunti da una misura cautelare (chi ai domiciliari, chi in obbligo soggiorno) ma il Tribunale del Riesame di Roma ha annullato l’ordinanza per un vizio di forma, o meglio per una eccezione della difesa che ha evidenziato l’assenza di un’autonoma valutazione da parte del GIP rispetto alla richiesta cautelare della Procura. Circostanza che potrebbe determinare l’emissione di un nuovo provvedimento, anche se gli avvocati spingono per una diversa competenza territoriale della giurisdizione, indicando i tribunali di  Napoli o Napoli Nord quelli competenti.

Molto complessa l’inchiesta partita grazie ad un approfondimento interno da parte di Telecom Italia Spa: un dirigente aveva ricevuto una telefonata in cui gli prospettavano vantaggi economici passando da TIM ad un altro gestore, circostanza che ha insospettivo il professionista che ha avviato un’indagine interna poi sfociata con una denuncia alla magistratura.

Quasi tutti campani i 19 destinatari delle misure, tra cui Raffaele Capitello Grimaldi (Maddaloni), Raimondo Ordano (Santa Maria Capua Vetere) e Alfonso Vicario (nativo di Napoli ma residente a Santa Maria Capua Vetere). Il sistema messo in atto (anche da dipendenti infedeli), sostengono gli inquirenti, «era diventato un lucroso business». Tutto si sarebbe basato sulla fornitura di strumenti atti a reperire dati sensibili e numeri di telefono, a società che li avrebbe poi utilizzati per contattare «nuovi clienti» e spingerli a cambiare gestore.  Tre centesimi per ogni nome, cognome o indirizzo fornito ai call center. Quattrocento euro per ogni vittima convinta a cambiare operatore telefonico. Un giro d’affari illecito da centinaia di migliaia di euro costruito sulla vendita dei dati personali degli italiani.

Un’indagine avviata ad agosto 2019 su segnalazione di TIM dalla Polizia Postale che ha fatto scattare due settimane fa 13 arresti domiciliari e 7 misure di obbligo di dimora.

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